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domenica, 18 novembre 2018

L’angolo della lettura: “Camere separate” di Pier Vittorio Tondelli

 

 

di Krizia Celano

“Camere separate” è un romanzo scritto da Pier Vittorio Tondelli e presentato per la prima volta al pubblico nel 1989.

Peculiarità del romanzo è quella di essere una storia d’amore e morte che indaga nel profondo del sentimento e scava il dolore dell’amante che sopravvive e affronta il processo che – nelle razionalizzazioni – viene generalmente chiamato “elaborazione del lutto”.

Tra analessi e prolessi continue, protagonista è l’omosessuale Leo, trentaduenne e scrittore affermato nella caotica Milano di cui Tondelli racconta il periodo generalmente postumo alla morte del suo compagno Thomas.

Si erano conosciuti per caso qualche anno prima, ad una festa a Parigi dove la passione per il pianoforte ed il talento di Thomas erano trapelati con disimbarazzata facilità in un clima di indifferenza totale: “Le parole non sono contemplate in questo momento per entrambi primordiale” – scrive Tondelli- “così arcaico, in cui la vita chiama la vita attraverso la più profonda energia della specie”.

Le fasi della conoscenza e dell’innamoramento sono soltanto accennate e seguono la dinamica dell’istinto: “Vorrei passare una serata solo con te”- gli disse Leo – ed era cominciata così una storia d’amore complessa, vissuta come attesa, crescita, distanza, rinascita del sé-con un altro.

La seconda parte è dominata dalla presa d’atto – “Abbiamo bisogno di molto tempo per accettare la brutalità del fatto di non essere più soli”- di una realtà che Leo non riesce ad accettare: è qui che entra in gioco il dramma della sua solitudine interiore: “la solitudine è per Leo un momento di pienezza in cui acquista coscienza di sé” – dichiara Tondelli – “e che gli sarà fondamentale per metabolizzare il suo legame con Thomas.”

I due vogliono cose diverse: Thomas avrebbe sempre desiderato un rapporto fatto di quotidianità, condivisione assoluta, convivenza costante; Leo, invece, credeva fermamente che per gli uomini la cosa più difficile da stabilire fosse un “contatto con il mondo degli altri” e che, se “l’amore ha bisogno del mondo per potersi affermare”, esiste l’impossibilità di “normalizzare un rapporto che la società non può recepire come norma.”

Inizia a concretizzarsi sempre di più il bisogno di porre spazi mentali e fisici tra Leo e Thomas: la loro storia, infatti, si svolgerà tra Berlino e Parigi e sarà caratterizzata da un insieme di esperienze, viaggi e situazioni che cercheranno di riempire i costanti vuoti che si verranno a creare.

“Voleva continuare a essere un amante separato, voleva continuare a sognare il suo amore e a non permettergli di infangarsi nella quotidianità”-

un amore, quindi, vissuto con un sentimento di appartenenza, ma mai di possesso, che sfocerà in una mancanza perenne quando Thomas, malato irrimediabilmente, al posto della sua presenza lascia uno spazio per Leo impossibile da colmare.

Preso dai sensi di colpa, Leo si autodefinisce un torturatore, un assassino nei confronti di chiunque abbia amato, un essere votato al “proprio bisogno di annullarsi e di morire”; spesso Thomas aveva cercato di comunicargli qualcosa che sapeva di non essere mai stato capace di accettare appieno come il desiderio di Thomas di vivere con lui, che viene respinto come fosse un’irruzione estranea e non autorizzata nella vita di Leo.

Tuttavia, l’amore che li lega è più forte del dramma esistenziale che li separa: così, i due elaborano la propria teoria dell’amore, il proprio compromesso, che chiameranno “camere separate”.

Ha inizio quindi un periodo di scambi epistolari, necessario per Leo e meditativo per Thomas, che li farà sentire più vicini di quanto non siano mai stati. Purtroppo però, quando si rivedono, Leo ha un momento di crisi: non riconosce Thomas e non riconosce la vita di Thomas-e-Leo.

Viene preso dal panico soprattutto per la consapevolezza di essere due persone differenti, non cambiate, semplicemente sostituite.

“L’immagine che Leo aveva in mente era quella di due viaggiatori che, ad un certo punto, erano scesi dallo stesso treno e per qualche accidente erano saliti su due convogli paralleli dove la velocità è sempre maggiore. Nessuno può scendere, nessuno può tornare indietro.”

Le parole di Thomas erano velate di pianto, probabilmente una parte imparata a memoria dopo mesi e mesi di prove ed impossibile da lasciare al caso:

“A volte certe carezze feriscono più di un rasioio.

Io ti amo Leo, ma sei stato tu ad arrivare qui, a te stava la prima mossa.

Ci sono momenti terribili in cui tu mi respingi, ed altri, in cui altrettanto improvvisamente desideri la mia compagnia.

Sei imprevedibile ed io non riesco a seguirti, un po’ ci sei, poi sparisci.

E quando hai voglia di me, perché ti sei messo assurdamente in testa che io devo esserci, arrivi come se in questi mesi non fosse successo niente.

E io devo riabituarmi all’idea di te.

Devo amarti e poi smettere quando non lo sopporti più. Devo esserci e devo scomparire.

Se una sola volta io ho bisogno di te e ti cerco, e questa mia ricerca non coincide con il momento della tua testa che mi chiama, allora sono fuorigioco.

E non posso farci niente, devo andarmene o farmi maltrattare. Subire il tuo disprezzo, la tua ironia. Le offese. Leo, perché non ti metti il cuore in pace e accetti di amarmi?”

La consapevolezza di essere incapace di trasmettere il suo amore e l’amarezza per la morte di Thomas lo precipitano in uno stato di disprezzo di sé, che lo conduce ad una solitudine che rischia di abbrutirlo; in queste dinamiche, la mente scava nelle modalità in cui si è svolta la storia d’amore e mentre amore, vita e morte si compenetrano in modo indissolubile si produce la trasformazione di chi non c’è più “in una presenza che pulsa e che vive dentro di lui.”

Naturale per Leo, che ormai “sa vivere esclusivamente di simboli”, cercare un rifugio: il ritorno a casa diventa la forma esteriore di una ricerca disperata per trovare la ragione di un evento “contro natura”: non tanto la scomparsa prematura della persona amata, quanto “la sopravvivenza forzata del più vecchio.”

Già ferito dalla precedente storia con Hermann fatta di abusi e violenze che lo stavano trascinando in un baratro senza fine, Leo inizia ad isolarsi con lo scopo di scappare dal dolore tutelandosi alla vita in un mondo auto-costruito che non lascia via d’uscita se non per incamerarne altro.

Tuttavia, è impossibile scappare da qualcosa da cui si sarà segnati per sempre; a tal proposito Tondelli ricorda le parole di Leo quando in treno, parlando della sua continua insoddisfazione interiore, confessa: “io ho sempre voluto avere tutto, Thomas. Ed ho sempre dovuto accontentarmi di qualcosa.”

In uno dei pomeriggi trascorsi al suo paese natale, assistendo ad una processione, Leo comprende con grande schiettezza che è lui ad essere cambiato: non si riconosce compatibile con la religione del cilicio e della pena per la quale tutta la vita è stato costretto ad essere devoto, in quanto egli vorrebbe avere “la religione della pienezza”; una volontà che pone fine al dolore come mezzo di espiazione dei peccati e che li accetta come una semplice forma di umanità.

Soltanto nel finale Leo intravede uno spiraglio artistico: “La sua diversità” – dichiara Tondelli – quello che lo distingue dagli amici del paese in cui è nato, è proprio il suo scrivere, il dire continuamente in termini di scrittura quello che gli altri sono ben contenti di tacere”.

Se nascita significa dolore e abbandono, allora attraversare la depressione del lutto può significare lasciare da parte il dolore per rinascere, ritrovare un senso di pienezza e raggiungere una sorta di atarassia. Leo si accorgerà che la sua sensibilità si è come purificata.

Una diversità che finalmente Leo accetta: “è ora di finirla con l’ossessione di essere simile agli altri”, e che lo porta a trovarsi un suo nuovo posto nel mondo, nella scrittura e nell’atteggiamento di personale religiosità. Si delinea così una posizione esistenziale, in una ricerca di equilibrio. In un’intervista, Tondelli diceva: “Io penso che chi ama veramente la vita non sia il gaudente, il libertino, ma il monaco perché questi cerca l’assoluto. È un po’così anche per chi scrive”.

Un giorno Thomas gli aveva detto “sei tu che confondi l’amore con la vita”, e queste parole gli erano servite come forza per acquisire una nuova consapevolezza. Ora capisce che lui e Thomas hanno partorito, con dolore, almeno un figlio. E questo figlio espulso nel mondo, che pensa e agisce, è oggi il trentratreenne Leo.