Bill Gates sul Caso Epstein: 'Non avrei mai dovuto incontrarlo', nega ogni accusa di molestie e afferma di ignorare i crimini del pedofilo - Gazzettino del Golfo
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Bill Gates sul Caso Epstein: ‘Non avrei mai dovuto incontrarlo’, nega ogni accusa di molestie e afferma di ignorare i crimini del pedofilo

Un nome che torna ciclicamente, una storia che brucia ancora. Nel dibattito sul rapporto tra potere e responsabilità, la voce di Bill Gates non passa inosservata: ammette l’errore di aver incontrato Jeffrey Epstein, respinge le accuse di molestie e dice di non aver saputo dei suoi crimini. Tra fatti, omissioni e memoria pubblica, restano domande che interpellano tutti noi.

Il nome di Jeffrey Epstein è diventato un test di lucidità collettiva. Un “prima” e un “dopo” nella conversazione su denaro, influenza e impunità. Da una parte la figura del finanziere, già condannato per reati sessuali su minori. Dall’altra, la rete di incontri e conoscenze che ha toccato politici, imprenditori, accademici. Qui entra Bill Gates. Il fondatore di Microsoft e filantropo ha visto la propria immagine attraversare quell’ombra lunga. E oggi, mentre riemergono documenti e vecchie ricostruzioni giornalistiche, sente il dovere di puntualizzare.

Un’ombra lunga sulla filantropia

Il contatto tra Gates ed Epstein risale a inizio anni 2010. Allora Epstein era già un condannato e un registrato come sex offender. Ciononostante, alcuni leader globali accettarono incontri con lui. Anche il miliardario di Seattle partecipò a riunioni, in prevalenza a New York, talvolta con altre persone in stanza. Lo scopo dichiarato? Valutare possibili donazioni filantropiche e accesso a grandi donatori. Secondo ricostruzioni del 2019, non risultano partnership attive o fondi della Fondazione Gates veicolati tramite Epstein. Questo dato, a oggi, non è stato smentito.

A metà strada tra cronaca e memoria, arriviamo al cuore: Gates ha ripetuto in più interviste una frase netta. “Non avrei mai dovuto incontrarlo.” Aggiunge due precisazioni: nega ogni accusa di molestie e afferma di aver ignorato i crimini di Epstein al tempo degli incontri. Sostiene inoltre di non essere mai stato sulla famigerata isola di Little St. James. Su questo punto, finora, non sono emerse prove pubbliche che lo collochino lì. Anche i log di volo resi noti in questi anni non includono il suo nome, per quanto questi elenchi non siano completi in senso assoluto. Se mancano certezze, conviene dirlo: non abbiamo un quadro esaustivo di ogni spostamento, ma al momento non c’è riscontro documentale della sua presenza sull’isola.

Cosa sappiamo, cosa no

Sappiamo che gli incontri ci sono stati, soprattutto tra il 2011 e il 2013. Sappiamo che Epstein era già un condannato per reati sessuali, e che questo elemento oggi pesa come un macigno sulla valutazione etica di quelle scelte. Sappiamo che Gates parla di “errore” e che rifiuta legami d’affari con Epstein. Non sappiamo tutto di ogni contatto o conversazione privata: i dettagli disponibili sono parziali. Non risultano procedimenti penali o civili per molestie a carico di Gates collegati al Caso Epstein.

E poi c’è la parte più scomoda, ma anche la più umana. Capita di entrare in una stanza convinti di poterla gestire, e uscire scoprendo che quella stanza resterà addosso per anni. Il confine tra ingenuità, calcolo e cecità morale non è sempre nitido. È un promemoria per chi ha potere e per chi lo osserva: la due diligence non è una formalità, è carattere.

Oggi Gates prova a chiudere il conto con quella stagione. “Errore”, “mai sull’isola”, “nessuna molestia”: formule semplici, destinate però a vivere nel confronto pubblico, dove i tasselli si ricompongono lentamente. Forse la domanda vera è un’altra: che cosa impariamo noi, la prossima volta che un biglietto da visita scintilla più della prudenza?

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