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Vannacci: Solo un Sintomo di un Sistema Politico Malato, Incluso il Partito Democratico

Un generale diventa bestseller, poi capolista, poi bandiera. Intanto il Paese gira a vuoto tra astensioni record e slogan riciclati. Questo non è un romanzo: è un sistema che si specchia in un personaggio e applaude il proprio malessere.

Il sintomo: il caso Vannacci

Di Vannacci si è detto tutto. Libro, polemiche, tour, campagne. Alle Europee ha raccolto oltre mezzo milione di preferenze. Un dato che pesa, ma che racconta solo la superficie. Un volto forte funziona quando il terreno sotto è molle. Quando cresce il bisogno di semplificazioni e di nemici, un profilo così diventa calamita.

La scena la conosciamo: talk show, risse verbali, linea dura. Pubblico diviso a metà che si ricarica a colpi di indignazione. Intanto, fuori dallo studio, l’astensionismo morde: alle Politiche 2022 ha votato poco più del 63% degli aventi diritto, minimo storico; alle Europee 2024 siamo scesi sotto il 50%. Se metà Paese si ritira e l’altra metà si affida a figure iper-identitarie, il problema non è la singola figura. È l’habitat che la rende plausibile, anzi utile.

Qui entra la parte che scotta: il nostro sistema politico non premia chi studia i dossier, ma chi buca lo schermo. E questo riguarda tutti. Anche chi dice di opporsi.

La causa: meccanismi che ci ammalano

Il cuore è istituzionale e culturale. La legge elettorale con liste bloccate e collegi imperfetti riduce la scelta dei cittadini. La riduzione dei parlamentari ha allungato le distanze tra eletti ed elettori. Meno contatto, più centralismo. E se conta la sigla più del merito, vincono i pacchetti di voti, non le idee.

Sul piano economico, i partiti vivono di 2×1000, microdonazioni e grandi sponsor. Senza regole di trasparenza ferree e accessibili, crescono diffidenze e opacità. I sondaggi, da anni, mostrano fiducia nei partiti sotto il 10%. L’aria è questa: cittadini di serie A quando c’è da votare, di serie B quando c’è da decidere.

Poi ci sono le condizioni materiali. Salari reali fermi da due decenni, giovani che emigrano, quota di NEET tra le più alte d’Europa, servizi locali a macchia di leopardo. In un contesto così fragile, la politica spettacolo è una scorciatoia tentatrice. E la responsabilità è diffusa. Anche il Partito Democratico. Che spesso parla al suo interno più che al Paese, si incarta nelle correnti, alterna primarie partecipate a scelte calate dall’alto. Ne esce un messaggio intermittente: forte nella denuncia, sgranato nelle proposte operative. Quando succede, il campo si apre a chi offre un racconto totale, semplice, identitario.

Un esempio minimo. In fila alle Poste, una signora mi dice: “Io non capisco più nulla, ma almeno lui parla chiaro”. Non è un giudizio tecnico. È il bisogno di rappresentanza. Se il centro-sinistra non traduce in azioni concrete su casa, sanità territoriale, contratti e tempi di vita, il vuoto lo riempie chi promette immediatezza, anche senza soluzioni verificabili.

E allora il punto: Vannacci non è la malattia. È il febbrone. Lo spegni con l’aspirina mediatica per un giorno, ma torna finché non curi l’infezione: regole che restituiscano scelta, partiti aperti e leggibili, selezione basata su competenze, controllo pubblico dei finanziamenti, media che premiano il confronto e non il ring.

Non servono taumaturghi. Serve manutenzione, la più difficile: lenta, noiosa, trasparente. La domanda è semplice e spiazzante: vogliamo davvero una politica che ci assomigli nei problemi o una che ci rassomigli negli sfoghi? La risposta non sta in uno studio tv, ma nella prossima volta che alziamo lo sguardo dall’urna vuota e vediamo, finalmente, una porta aperta.

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