Secondo Maurizio Costanzo, intervistato nel libro, la radiovisione “è una radio che studia da televisione” cioè una radio che è fatta di suoni e vive d’immagini. La radiovisione non è altro che immagini statiche legate alla radiofonia ma il termine ha bisogno di essere definito senza equivoci. Non si tratta di un’espressione moderna: dal 1920 al 1947 è stato il vecchio nome della tv e, inoltre, gli anni Settanta e Ottanta, sono stati il periodo florido della “musica da vedere”. La storia della radio passa attraverso le immagini, ma attenzione: la radiovisione non può e non deve assolutamente competere con l’odierna televisione.
Questa rivoluzionaria tecnologia di trasmissione è stata, però, anche criticata: “La radio è radio, serve a favorire i processi di fantasia ed emotività. In altri termini, la radio stimola l’immaginazione dell’ascoltatore; capacità che la radiovisione non possiede. La radio significa suoni e parole, non parlato e immagini. Si scopre di più se ascolti e non vedi questo perché si viene distratti dalle immagini, anzi dall’immagine, e tutto ciò va a discapito della propria capacità critica e di ragionamento.”
Le critiche sono veritiere come sono vere le tante persone che preferiscono ascoltare la radio piuttosto che vederla, ma altrettanti sono gli ascolti conseguiti a seguito dell’inserimento di questa nuova tecnologia di comunicazione e propagazione. In fondo, però, il nostro ascoltare o vedere la radio dipende dalle situazione e soprattutto da come siamo nel profondo.
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