La gelosia non attenua, non spiega e non riduce la responsabilità penale. Anzi, in alcuni casi può persino aggravare la posizione di chi commette reati. È un messaggio chiaro, destinato a fare giurisprudenza e a incidere nel dibattito pubblico, quello che arriva dalle motivazioni di una recente sentenza della Corte di Cassazione in materia di stalking e lesioni personali.
Una pronuncia che ribadisce un principio già presente nel diritto, ma che oggi assume un peso particolare in un contesto sociale in cui i reati legati alla violenza relazionale restano drammaticamente attuali.

I giudici della Quinta Sezione Penale hanno esaminato il ricorso presentato da un uomo condannato per stalking e lesioni ai danni della ex convivente e del nuovo compagno di lei. In appello, la Corte d’Appello di Milano aveva inflitto una pena di 9 mesi e 10 giorni, successivamente convertita in sanzione pecuniaria.
Quando la gelosia diventa un’aggravante
Nel tentativo di ottenere uno sconto di pena, la difesa aveva invocato la gelosia come possibile attenuante, richiamando il tradimento e la fine della relazione. Una linea argomentativa che la Cassazione ha respinto senza ambiguità.
Secondo i supremi giudici, la gelosia non può mai giustificare la concessione delle attenuanti generiche né essere considerata un movente di valore morale o sociale. Un orientamento definito “consolidato” e confermato anche da precedenti storici della giurisprudenza, che già negli anni Novanta qualificavano gelosia e vendetta come passioni moralmente riprovevoli, prive di qualsiasi dignità etica. Il punto più netto della sentenza arriva però oltre. La Corte chiarisce che la gelosia non può essere assimilata nemmeno allo “stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui”, un’altra attenuante spesso invocata nei processi per reati violenti.
Al contrario, spiegano i giudici, quando la gelosia assume una forma morbosa e si traduce in comportamenti di controllo, possesso e annientamento dell’altro, può configurare l’aggravante dei motivi futili o abietti. In altre parole, non solo non riduce la colpa, ma rischia di renderla più grave. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza solo limitatamente alla determinazione della pena, rinviando il caso a un’altra sezione della Corte d’Appello di Milano per una nuova valutazione della sanzione sostitutiva. Ma il principio di diritto resta intatto e cristallino. Una presa di posizione che rafforza un messaggio chiave: le emozioni non possono diventare alibi giuridici. E nel diritto penale contemporaneo, la gelosia non è una spiegazione, ma un segnale di pericolosità sociale.







