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Perché gli algoritmi ci stanno rendendo tutti più simili

Ci svegliamo, scorriamo, ascoltiamo: tutto ci sembra cucito su misura. Ma, più passano i giorni, più quelle scelte “nostre” iniziano a suonare uguali. Non è stanchezza: è il modo in cui i sistemi che ci consigliano cose imparano a piacerci.

Perché gli algoritmi ci stanno rendendo tutti più simili

Ogni giorno apro un feed e ho una sensazione strana: conosco già i ritmi, le copertine, persino le pause. Su YouTube oltre il 70% del tempo di visione nasce da suggerimenti automatici. Su Netflix si supera spesso l’80% delle visualizzazioni guidate dal sistema. Numeri del genere non sono un dettaglio: definiscono il nostro gusto. O meglio, lo regolano.

Il trucco non è la creatività: è l’ottimizzazione

Le piattaforme non ci puntano addosso il faro dell’originalità. Cercano il clic successivo. L’obiettivo è ridurre il rischio che tu chiuda l’app. Qui entra in scena la matematica dell’engagement. L’algoritmo non domanda “cosa ti renderà più curioso?”, ma “cosa ti terrà più a lungo?”. Il risultato è un lento viaggio verso il nostro Minimo Comune Denominatore culturale.

Il meccanismo che spinge in quella direzione è il filtraggio collaborativo. In parole semplici: il sistema confronta i tuoi comportamenti con quelli di altri utenti. Crea cluster di persone “simili”. Se più profili hanno visto tre contenuti uguali, l’algoritmo deduce che vedranno anche il quarto. È pratico, veloce, spesso efficace. Ma ha un effetto collaterale: la famosa filter bubble. Il catalogo non si allarga. Si restringe. Taglia via le deviazioni. Archivia l’eccezione come rumore.

Lo stesso vale per chi crea. I dati tornano indietro come un boomerang. È il feedback loop. Se una miniatura con faccia stupita funziona, la rivedi ovunque. Se un video aggancia entro i primi 3 secondi, prende spinta. Le piattaforme dicono che contano la qualità, ma non esistono criteri pubblici univoci: i segnali premiati restano in parte opachi. Così, chi produce si adegua. Replica formati, titoli, tempi. L’originalità diventa un rischio economico.

E noi? Ci abituiamo a preferire ciò che riconosciamo. Un ritornello, un taglio, un tono. Nasce l’“algoritmitizzazione” del gusto. Sembra personalizzazione, è standardizzazione controllata. Piace a molti, offende pochi. È perfetta per non perdere nessuno.

Quando tutto intrattiene, poco sorprende

C’è poi un punto più delicato. I sistemi imparano che i contenuti estremi o molto familiari generano più reazioni. Like, commenti, condivisioni. È qui che cresce la polarizzazione: le sfumature faticano, le voci laterali scivolano fuori dal quadro. Nel 2026 la sfida non è trovare informazioni. È disinnescare i binari prefabbricati che ci portano sempre nello stesso posto.

Facciamo un test pratico. Cambia la tua routine digitale per una settimana. Segui tre canali minuscoli. Cerca un genere musicale mai ascoltato. Salta volontariamente il “Consigliato per te”. Osserva il feed dopo pochi giorni: si deforma, tenta nuove strade, poi ritorna docile verso il noto. Non è malafede. È il pilota automatico dell’ottimizzazione.

Non esiste un antidoto unico. Esiste l’attrito. Piccoli gesti: disattivare l’autoplay, usare liste manuali, salvare letture lunghe, diradare le notifiche. Le piattaforme cambiano più lentamente dei nostri gesti, ma i nostri gesti le spingono a cambiare.

Forse la domanda, oggi, è semplice e scomoda: quanto spazio lasciamo al caso, all’incontro imprevisto, al “non so ancora se mi piace”? Se gli algoritmi ci rendono simili, vale la pena, ogni tanto, inciampare di proposito. Magari è lì che ricominciamo a riconoscerci.

Delania Margiovanni

Laureata in Giurisprudenza, cambio strada quasi subito e dal 2008 lavoro sul web. Un ambiente dinamico che mi ha insegnato il valore della ricerca continua, della curiosità e della capacità di rimettersi sempre in gioco. È proprio qui che ho scoperto quanto si possa imparare ogni giorno, esplorando temi nuovi e lasciandosi guidare da passioni che evolvono nel tempo. La lettura resta, da sempre, il mio hobby del cuore.

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